La sua idea lucida e limpida del mondo

di Vittorio Sgarbi

Istituendo il Premio Cavallini ho unito i nomi di queste due persone a me tanto care per ragioni anche di sangue, inteso come tradizione e civiltà, in cui le responsabilità personali non cambiano le ragioni di una comune identità. Da un lato c’è mio zio il quale, oltre che un “legame di sangue”, ha soprattutto con me un collegamento di idee e di pensieri, e c’è Piromalli affettivamente legato a mio zio e alla mia famiglia, con cui ho avuto anche un singolare legame “elettorale”. Il mio primo editore (nel senso di chi sceglie i testi da pubblicare) fu Antonio Piromalli, per la casa editrice D’Anna. Perché capitò questo? E perché Piromalli? Piromalli frequentava la nostra casa, quando essa era un cenacolo, assolutamente sotterraneo, (non di quelli che stanno sui giornali, quelli di cui si parla, quei salotti che talvolta sono più mondani che non luoghi di pensiero) in cui mio zio “teneva banco” con un’autorità che derivava dal suo carattere e dalla forza del suo pensiero, ma anche dalle sue passioni. Tanto che molto devo a quei giorni e già sentivo che c’era un gruppo di persone che si riunivano, solo apparentemente per andare a pescare (questo era il loro obiettivo): andavano a pescare sul fiume Livenza (quindi altri collegamenti con questa parte d’Italia) e molto meno sul Delta del Po, dove peraltro andavano nella parte del Po denominata Po della Gnocca, non so perché, ma era chiamata così, denominata anche Po della Donzella (era evidentemente la versione aristocratica). In quella parte del Po c’era il Po di Goro, c’erano tutti i punti in cui il delta si dirama; e c’era questo mitico Po della Gnocca dove andavano mio padre, mio zio e un singolare e scomparso professore che si chiamava Sessa e un altro che si chiamava Romagnoli (un po’ dandy e insieme un po’ dongiovanni) e poi Giuseppe Miraglia, che è stato preside, professore, uno di quei siciliani un po’ chiusi e riottosi, ma che hanno grandi idee e le affidano tutte alla conversazione, e non a saggi.

L’opposto di Piromalli che infatti non è mai andato a pescare, però arrivava nei pomeriggi a Ro, attirato dall’accoglienza di Rina, quando gli altri rientravano da queste giornate di pesca, dove avevano trovato ragazze avvenenti. E qui si stabiliva un cenacolo, in cui si parlava di argomenti del momento, di politica e di cultura. Mio zio manteneva intatta la sua vitalità. Si arrabbiava su qualunque cosa non corrispondesse alla sua idea lucida e limpida del mondo e, dove l’argomento meritasse, non sentiva stanchezza. In queste riunioni serotine nella casa di Ro c’erano discussioni in cui lo zio tentava di tenere svegli gli altri, che magari erano anche meno accesi nella polemica. Con una vitalità assolutamente inesausta (che mi è sicuramente passata per via di testa e non per via di sangue) che era poi quella ammirata, in lui, dai suoi amici, nei momenti in cui pacatamente conversava, metteva insieme la storia civile e quella letteraria, identificava i riferimenti a Foscolo, a Carducci, a Dante, a Benedetto Croce con una straordinaria capacità, affascinando molti che ancora lo ricordano.

Piromalli, il più bravo e il più attivo di tutti, prendeva vitalità da lui e lo ammirava come si ammira una forza della natura. Mio zio ha molto parlato e detto, e quasi nulla ha scritto. Era un “atleta” delle lezioni private, consentendosi in tal modo di triplicare lo stipendio. Anche Piromalli, insegnava al liceo classico di Ferrara: gli stessi luoghi più frequentati da mio zio e in parte dagli altri che ho ricordato, fra cui il Preside Pasquale Modestino, altro personaggio “lussuoso” nella sua visione solenne dello Stato, che si incarnava nella scuola, quello che oggi purtroppo manca in molti professori e anche in molti statisti e così anche nei rappresentanti di quel governo che ha pensato di allontanarmi perché io ribadivo, che non si possono vendere gli Uffizi. Oggi sembra una frase eversiva, ma è una frase che invece dovrebbe essere condivisa da tutti, soprattutto da chi lo Stato rappresenta. La scuola di Modestino rappresentava lo Stato in modo veramente simbolico. C’era poi quel riottoso zio, coltissimo, sofisticato e sottile, quasi un Bobi Bazlen che quasi nulla scriveva, totalmente estraneo a ogni forma di potere culturale, e l’unico potere che poteva rappresentare era quello della sua intelligenza, della sua passione, delle sue idee.

Più strutturato invece dentro i poteri editoriali e ministeriali, cresceva il suo coetaneo Antonio Piromalli, il quale per quel tanto che mio zio non scriveva, scriveva lui. Ha scritto credo mille cinquecento opere. L’opera di Piromalli è come quella del Muratori: sono annali straordinari di letteratura, come quella del Tiraboschi. Quando uno volesse immaginare cosa ha fatto nella sua vita Piromalli, non arriverebbe alla fine di questa sterminata bibliografia. Piromalli che conosco da quando ero bambino dal 1953, 1954, che ha frequentato casa mia, che ha scritto libri straordinari su Pascoli, su Ariosto, su Fogazzaro, su Michelstaedter e che tanto è stato legato a me, che è stato mio primo editore, ha fatto molta attività letteraria, confluita poi in quel sapere universitario che sembra consacrare i lavori e gli studi delle persone più eminenti. Non dimentichiamo che il più grande letterato italiano del secondo dopoguerra è stato un personaggio che non aveva mai vinto un concorso, e che è stato sempre tenuto ai margini dell’Accademia e dell’Università: Giacomo De Benedetti. Per cui non possiamo neppure immaginare che il potere del mondo universitario, come è stato per Sapegno, per esempio, sia sufficiente a farlo essere più grande di Giacomo De Benedetti, che non ha mai avuto una cattedra. Piromalli invece un percorso l’ha fatto, facendo confluire la sua esperienza di insegnante nelle scuole di Ferrara e le sue funzioni di Ispettore nel Ministero e arrivare poi all’Università. Pazientemente nel corso di 50, 60 anni di attività Piromalli ha tanto letto, tanto visto e tanto pensato ed ha lasciato memoria del suo pensiero. Di mio zio invece non rimane quasi nulla. Rimangono poesie che ha trascritto mio padre, frammenti molto piccoli e molto marginali. Un uomo come Piromalli ha costruito un sapere letterario in tanti saggi, articoli, libri, interventi, poesie. Studiare quindi la vita di Piromalli sarà facile attraverso quello che ha scritto; di mio zio restano invece soltanto, come Foscolo nei suoi “Sepolcri”, la memoria di quello che ha lasciato nei viventi, di un sentimento della sua vita, il sentimento di quello che è stato, il sentimento e la sua passione in quello che noi teniamo dentro e non qualcosa verificabile sulle carte. Piromalli e lo zio si frequentavano, si amavano e si stimavano, e credo perfino che, per quanto uno abbia tanto fatto e l’altro no, ci fosse un rapporto di ammirazione fraterna da parte di Piromalli verso quell’ uomo, che tanto poco ha scritto, ma dal quale poteva qualcosa imparare.

Piromalli manteneva un rapporto di sorvegliata ammirazione e quasi di rispetto per i lampi di idee che potevano venire a mio zio. L’atteggiamento è sempre di reverenza intellettuale da parte di Piromalli rispetto alla memoria che in lui è stata fervidissima di mio zio, così nitida e fortemente incisiva.  

Nota introduttiva al libro “Bruno Cavallini Includo due o tre viole che ho raccolto oggi durante la marcia – Lettera di un militare” Lubrina Editore 2004

 

Davanti a un lago di stelle dipinto di Vittorio Sgarbi

 

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